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La BRI vuole inserire nella lista nera tutte le criptovalute che passano attraverso portafogli senza KYC

by Thomas

La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) si sta affermando come un’attiva oppositrice dello sviluppo del settore delle criptovalute. La sua ultima trovata: inserire nella lista nera tutte le criptovalute che passano attraverso portafogli senza KYC. Cosa significa?

La BRI vuole controllare tutte le transazioni in criptovaluta

Fin dalla sua creazione nel 1930, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI, o BIS in inglese) si è imposta come l’ente internazionale incaricato di vigilare sul corretto funzionamento e sulla cooperazione tra le principali banche centrali. Un ruolo che la colloca chiaramente al centro dello scacchiere monetario mondiale.

Non è quindi difficile capire perché le sue decisioni siano per lo più contrarie allo sviluppo del settore delle criptovalute, le cui vocazioni monetarie non fanno che confermarsi nel corso del tempo. L’ultimo esempio in ordine di tempo: il fallimento annunciato delle stablecoin lo scorso giugno, di fronte a una realtà che dice esattamente il contrario.

Secondo gli economisti della BRI, uno dei principali problemi delle criptovalute risiede nell’impossibilità di controllarne i flussi e identificarne gli utenti. Questo è il motivo per cui si impone come fervente sostenitrice della generalizzazione delle identificazioni di tipo KYC (Know Your Customer).

È davvero sufficiente? A quanto pare no, secondo il suo ultimo rapporto sulla “lotta al riciclaggio di denaro per le cripto-attività”:

Sebbene la verifica dei clienti possa essere effettuata nei punti di contatto con il sistema monetario tradizionale (ad esempio tramite le piattaforme di scambio di criptovalute) (…) una volta che i beni vengono trasferiti a portafogli non ospitati su una blockchain pubblica, le transazioni sfuggono alle forme classiche di intervento.

BRI

Sviluppare una «cultura dell’autocontrollo»… con l’aiuto di un punteggio di conformità

Questo è il motivo per cui la BRI invoca “una cultura della dovuta diligenza tra i partecipanti al mercato delle criptovalute”. Nel mirino, i portafogli non custoditi (non-custodials) che non richiedono l’identificazione di tipo KYC.

In pratica, la banca delle banche centrali propone di determinare “un punteggio di conformità all’Anti-Money Laundering (AML) basato sulla probabilità che un’unità o un saldo in criptovaluta sia collegato ad un’attività illecita”. Se il risultato appare insufficiente, i fondi in questione saranno inseriti in una “lista di rifiuto”.

Dettagli dell'approccio proposto dalla BRI

La forma più rigorosa di conformità AML richiederebbe che i punti di uscita accettino token per la conversione solo se sono transitati da indirizzi che hanno soddisfatto i controlli di conformità KYC, ovvero portafogli che figurano in una “lista bianca”.

BRI

In base a questo principio, tutti gli utenti di criptovalute, compresi (o soprattutto) quelli che utilizzano portafogli non ospitati, dovranno sottoporsi a verifiche KYC per poter scambiare i loro fondi “non contaminati” con valute tradizionali.

La norma della BRI non specifica se sia necessario verificare anche che le banconote ottenute non provengano da attività illecite. Né indica la data a partire dalla quale questa irregolarità normativa dovrà essere presa in considerazione per le criptovalute coinvolte.

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