Mentre Tether, leader nel settore delle stablecoin, continua a registrare record, l’agenzia di rating S&P Global ha appena abbassato il rating del suo token di punta, l’USDT. Il motivo: una copertura in calo e una gestione delle riserve giudicata poco trasparente. Un vero motivo di orgoglio per il suo CEO, Paolo Ardoino…
Tether: un colosso con riserve di argilla
Il percorso sembra spesso già tracciato per i leader di settori in piena espansione, come la società Tether e la sua stablecoin USDT, largamente in testa alle quote di questo mercato mondiale, con una valutazione di 184,5 miliardi di dollari. Tuttavia, il suo dominio, stimato ancora a oltre il 60%, appare ormai come un ostacolo di fronte all’introduzione di quadri normativi sulle criptovalute un po’ ovunque nel mondo.
Infatti, da alcuni mesi lo stablecoin USDT è stato escluso da giurisdizioni di primo piano come l’Unione Europea o gli Stati Uniti, con grande gioia del suo principale concorrente Circle e del suo USDC, proprio mentre Tether registra oltre 10 miliardi di dollari di profitti dall’inizio dell’anno.
Una sorta di paradosso, il cui rifiuto normativo si basa essenzialmente sull’opacità della gestione delle sue riserve. Si tratta in ogni caso di uno dei punti principali evidenziati dall’agenzia di rating S&P Global (S&P Global Ratings) per abbassare il rating dell’USDT nell’ambito di un recente rapporto, nonostante «il suo prezzo sia rimasto relativamente stabile negli ultimi anni e negli ultimi 12 mesi».
S&P Global Ratings ha rivalutato la capacità di Tether (USDT) di mantenere il proprio ancoraggio al dollaro statunitense a 5 (basso), contro il precedente 4 (limitato). Questa revisione al ribasso riflette un aumento, rispetto alla nostra ultima analisi, della quota di attività più rischiose utilizzate a sostegno delle riserve dell’USDT.
«Portiamo con orgoglio il vostro disprezzo»
Sebbene mostri un notevole indebolimento, la sovracollateralizzazione delle riserve dell’USDT — stimate a 181,2 miliardi di dollari — registra ancora un punteggio del 103,9%, contro il 106,1% di un anno fa. Un calo che non rappresenta il problema principale, secondo gli esperti di S&P Global Ratings, di fronte a una grave carenza di «attività sicure».
Infatti, solo il 64% di queste riserve è investito in buoni del Tesoro statunitensi a breve termine, con un ulteriore 10% in operazioni di reverse repo a basso rischio. Il resto comprende obbligazioni societarie, criptovalute, oro, prestiti garantiti e altro, con una quota del 24% considerata ad alto rischio, contro il 17% dello scorso anno.

Ripartizione delle attività di riserva dell’USDT
Ma non è tutto. Infatti, Tether si avvale, ad esempio, della società BDO Italia per redigere i propri resoconti trimestrali sulle riserve, prima di aggiungervi — senza alcuna revisione contabile preventiva — i propri dati complessivi relativi alle attività e alle passività. Inoltre, la ristrutturazione effettuata lo scorso anno ha suddiviso l’azienda in quattro divisioni, senza alcuna visibilità sulle loro interazioni in relazione alla gestione dell’USDT.