E se il mining di Bitcoin non fosse più un problema, ma una soluzione? Sempre più esperti sottolineano il suo ruolo crescente nel sostenere le energie rinnovabili, in particolare riducendo lo spreco energetico e accelerando lo sviluppo di nuove infrastrutture ecologiche.
Il mining di Bitcoin diventa fondamentale per le energie rinnovabili
Da molti anni, i media e i politici di tutto il mondo non hanno smesso di esprimere critiche negative nei confronti del Bitcoin, arrivando talvolta a fare affermazioni incoerenti o a diffondere dati non verificabili.
Alex De Vries, ad esempio, ex funzionario della Banca centrale dei Paesi Bassi, affermava in un rapporto che una singola transazione in Bitcoin consumerebbe l’equivalente di una piscina d’acqua. Al di là dell’assurdità di questa affermazione, essa è stata ripresa da numerosi media, senza che venisse condotta alcuna verifica seria, né che venissero prese in considerazione le numerose rettifiche apportate dalla comunità Bitcoin.
Infatti, oggi gli esperti che si occupano di Bitcoin sono unanimi: il mining di Bitcoin non è un disastro ecologico, ma al contrario sta diventando indispensabile per la transizione energetica.
Un recente articolo di Daniel Batten, attivista ed esperto di energia che da diversi anni si occupa di Bitcoin, sottolinea che il Bitcoin sta addirittura diventando un motore della transizione in corso, una tesi sostenuta da 14 delle ultime 16 relazioni scientifiche e dal 90% dei media specializzati.
Secondo le stime del Digital Assets Research Institute e dell’Università di Cambridge, tra il 52,4% e il 56,7% dell’energia utilizzata per il mining di Bitcoin proviene ormai da fonti sostenibili. Ciò si spiega soprattutto perché i miner agiscono come consumatori di ultima istanza, ovvero consumatori di un’energia che andrebbe sprecata senza di loro.

Andamento della quota di energia verde utilizzata dal mining di Bitcoin
Assorbendo le eccedenze di elettricità, i miner consentono di monetizzare l’energia in eccesso, sostenendo la redditività delle centrali. Batten sottolinea inoltre che, garantendo di essere un acquirente dell’energia prodotta durante i picchi di produzione, il mining ridurrebbe il tempo di ritorno sull’investimento dei parchi solari ed eolici, passando da 8 a circa 3 anni e mezzo.
In Texas, l’integrazione dei miner nella rete ERCOT avrebbe consentito, in particolare, di ridurre lo spreco energetico del 4% aumentando al contempo la redditività dei produttori di energia rinnovabile del 12%. In Etiopia, l’eccedenza della diga GERD venduta ai miner avrebbe addirittura generato 55 milioni di dollari.
La Francia potrebbe trarne vantaggio?
L’impatto del mining di Bitcoin va oltre il semplice consumo di energia verde in eccesso. Infatti, l’industria ricerca e sviluppa soluzioni per riutilizzare il calore «spreco» generato dagli ASIC, i computer utilizzati per il mining di Bitcoin.
Ad esempio, in Finlandia, diversi miner alimentano reti di teleriscaldamento che servono città con decine di migliaia di abitanti, mentre nei Paesi Bassi, Bitcoin Brabant riscalda le proprie serre agricole, sostituendo così il loro consumo di gas naturale.
Mentre l’innovazione nel settore del mining si sta affermando come standard industriale in tutto il mondo, la Francia volta le spalle a questa opportunità.
L’attualità scottante che riguarda Exaion, filiale di EDF dedicata alle criptovalute, illustra la rinuncia ideologica dei nostri dirigenti. Nonostante una controfferta presentata da un consorzio francese e sostenuta dall’Institut National du Bitcoin (INBi), la Direzione Generale del Tesoro ha approvato la cessione dell’azienda al colosso americano Mara Holdings.
Dopo aver frenato per anni i miner francesi, lo Stato cede infine le proprie capacità a un’entità soggetta al Cloud Act, a cui si aggiunge persino la vendita di una clausola di non concorrenza che vieta a EDF di tornare nel settore per 2 anni.